Calle joshi

Storia | By Poppo • 16-05-2021

Il gotha del wrestling femminile giapponese nell'evento dei record

20 Novembre 1994, il Tokyo Dome si sta popolando sugli spalti e negli spogliatoi, 42.500 persone hanno acquistato il biglietto per assistere dal vivo a qualcosa che dovrebbe essere uno show di wrestling della All Japan Women's Pro-Wrestling, ma che in realtà una vera e propria Babele composta da wrestler ed atlete provenienti da altri sport non solo locali, ma provenienti da altre parti del mondo.

Ad oggi nessun altro spettacolo al femminile é ancora riuscito a raggiungere il record di presenze registrato da Big Egg Wrestling Universe e se l'era interpromozionale ha saputo creare prima e dopo altri eventi in grado di competere sul piano qualitativo ed emozionale, l'imponenza nell'organizzazione ed il coinvolgimento delle forze in campo ha permesso al palcoscenico dello Zenjo di diventare un vero e proprio modello sul quale si sono basati altri grandi successi dello stesso periodo come Bridge of Dreams, Wrestling World, le varie edizioni di Starrcade in terra Giapponese, persino il famigerato Collison in North Korea.

Quantità, qualità, scenografia ed interpretazione e una buona dose di esagerazione, il senso di un'era é racchiuso in quasi 10 ore di evento all'interno delle quali 8 lottatrici si sono sfidate per il massimo onore concesso dal business: essere il volto che avrebbe chiuso quella rassegna e che la storia avrebbe continuato a ricordare ai giorni nostri.

Il meglio del meglio

Per celebrare i 25 anni dalla propria fondazione, la AJW non aveva badato a spese: dopo aver prodotto un notevole battage pubblicitario e prodotto una sfilza di gadget celebrativi e merchandising correlato, era stata scelta come sede dell'evento il Tokyo Dome, uno dei luoghi centrali della capitale, in grado di poter contenere la maggior capienza possibile (fatta eccezione per gli stadi). La scenografia adottata per riempire un tale spazio era mastodontica: luci, pyros, effetti di fumo ed una lunghissima rampa di ingresso che si snodava attorno al ring in forma triangolare, in modo da obbligare le perfomer a fare tutto il giro dell'arena prima entrare nel quadrato.

Come da due anni a quella parte, le grandi occasioni prevedevano la presenza congiunta delle altre realtà del settore: JWP, LLPW e la divisione femminile della FMW ormai condividevano con la compagnia più grande talenti, cinture e rivalità. Ma a questo giro il numero di collaborazioni sarebbe aumentato includendo quante più varietà possibili, a partire dalla rappresentanza maschile, capeggiata da Great Sasuke e la sua Michinoku Pro (già in passato ingaggiati dai Matsunaga e da Onita), per poi proporre le consuete esibizioni delle mini estrellas e di arti marziali miste con due ospiti di eccezione, le francesi Anna Gomis e Doris Blind, atlete provenienti dalla lotta libera ed entrambe argento ai mondiali di Sofia svolti nello stesso anno nelle categorie 50 e 65kg; la partecipazione internazionale includeva anche l'esibizione di 2 lottatrici indiane di cui tuttora si sa pochissimo, Nidhi Gurnani e Meghna Singh entrambe indicate come appartenenti alla fantomatica All India Women's Pro-Wrestling e dulcis in fundo Alundra Blayze, la campionessa WWF che avrebbe difeso la propria cinura contro la sua futura rivale Bull Nakano.

Una vera adunata proposta in pieno stile olimpico, con tanto di presentazione iniziale dei roster con tanto di capitana e vessillo, ma con una sorpresa in coda: oltre alle sigle joshi già citate, ce ne sarebbe stata un'altra, una nuova che doveva ancora vedere la luce: Chigusa Nagayo, leggenda e simbolo dello Zenjo di metà anni ottanta aveva atteso quel momento di massima visibilità per annunciare la nascita del suo nuovo progetto chiamato GAEA e che quella sera avrebbe rappresentato assieme alla sua capo allenatrice, KAORU Maeda.

Il cuore della serata era il V-Top Tournament (la cui dicitura non va confusa con 5 Star, si pronuncia Vee Top), un torneo ad invito con formula ad eliminazione diretta tra 8 lottatrici, di cui 5 appartenti alla sigla organizzatrice, ed una a testa per le altre ospiti: Combat Toyoda, ex novizia sorta ad emblema della FMW, Dynamite Kansai, colei che un anno prima aveva guidato il team JWP alla vittoria nel più grande scontro tra promotion ed Eagle Sawai, la bulldozer delle LLPW e protagonista di molti match interpomozionali dove risaltava per via della sua forza che le permetteva di eliminare 2-3 avversarie alla volta o di vincere le sfide anche trovandosi a lottare da sola contro 4. La AJW dal canto suo proponeva le sue migliori lottatrici, di cui 2 di queste erano ormai prossime a diventare i futuri nomi di punta: Manami Toyota e Kyoko Inoue avevano collezionato tutti i riconoscimenti minori possibili, erano state protagoniste di storie memorabili al fianco delle main eventer ed erano riuscite a fare breccia nei cuori degli appassionati grazie all'originalità del loro modo di combattere (seppure agli antipodi) e alla loro forte (quanto diversa) personalità. Yumiko Hotta invece pur essendo grossomodo una loro pari età, era essenzialmente una numero 2, una compagna di squadra validissima, ma a cui come si suol dire "mancava sempre un centesimo per fare un euro", paradossalmente soffocata dalla grande quantità di talenti in circolazione. Avrebbe avuto modo più avanti di togliersi le sue soddisfazioni, ma in un periodo di minore visibilità mediatica.

Le ultime 2 iscritte, sono nomi talmente grandi da non aver bisogno di presentazione e anche se fosse, hanno avuto tempo e modo di raccontarsi durante la rassegna e come tutte le dive, si erano fatte attendere durante il corso di quella lunghissima serata.

Una lunga strada

Il programma - oltre alle presentazioni, ai promo e ad alcuni annunci promozionali - prevedeva ben 22 incontri, costringendo il pubblico a rimanere fino a notte inoltrata e causando diversi disagi a causa dell'orario nei confronti di chi era venuto con i mezzi pubblici. Così dopo ben 7 ore dalla passerella iniziale, il torneo finalmente poteva prendere inizio e ad aprire le danze toccava a Yumiko Hotta e Combat Toyoda.

Yumiko Hotta vs Combat Toyoda - Quarti di finale

Nonostante la premesse, si tratta di un incontro in cui i ruoli si rovesciano: Yumiko, meno robusta e meno aggressiva della sua controparte - divenuta famosa per i suoi street fight con Megumi Kudo e non solo - era riuscita a mettere ko la più nerboruta avversaria con un micidiale liger kick, tanto da riuscire quasi a metterla fuori gioco dopo qualche secondo. Come in altre occasioni in cui la Toyoda era tornata a lottare per la compagnia in cui aveva fatto il suo esordio, il suo lato più violento era rimasto in disparte, ma anche la sua solita forza fisica ea venuta meno, tanto da farsi mettere sotto dall'aggressività dell'ex judoka che da par suo aveva definitivamente messo da parte gli svolazzi esibiti ad inizio carriera, quando lottava nelle Fire Jets con Mitsuko Nishiwaki. Le velleità di tecnicismo a terra cede presto all'uso delle proprie trademark principali ed entrambe erano riuscite a resistere alle rispettive finisher, il Combat Driver ed il Pyramid driver, quest'ultimo eseguito per ben due volte da parte di Yumiko e nel momento in cui sembrava aver ormai preso il sopravvento, tanto da riuscire nuovamente a stordirla con i suoi terribili calci, al punto da psingere l'arbitro ad accertarsi delle condizioni di salute della Toyoda. La Hotta, presa dalla foga allontana l'arbitro distraendosi, concedendo una distrazione fatale, consentendo un velocissimo german suplex in grado di inchiodare le spalle della nemica per il conto di 3. Una vittoria di rapina tanto sorprendente quanto impensabile.

A leggere i nomi della seconda sfida viene quasi da sorridere con il senno di poi: 2 personaggi del genere potrebbero giocarsi la finale di un qualsasi torneo facendo le fortune di un qualunque promoter, eppure il momento storico e la quantità di nomi in circolazione aveva fatto in modo che si affrontassero solo al primo turno. Manami Toyota, la donna sempre in cerca di sfide e sempre pronta a spingersi oltre ogni limite, si trovava di fronte uno di questi: non era mai stata in grado di battere Aja Kong, l'inamovibile campionessa mondiale che da 2 anni teneva in ostaggio la cintura, raggiungendo il record stabilito dalla sua senpai Bull Nakano. La sconfitta più bruciante era arrivata nel 1992, quando la giovane Manami era arrivata ad un passo dal vincereil Japan Grand Prix, salvo venire spazzata via in una decina di minuti dalla Kaijou senza possibilità di appello.

Aja Kong vs Manami Toyota - Quarti di finale

Memore del passato, Manami si era subito lanciata in un attacco alle spalle, in modo da prendere alla sprovvista Aja con una serie di roll improvvisi cercando di usare il maggior peso dell'avversaria come arma a suo favore. L'unico risultato però é stato quello di innervosire la Kong, la cui ira si sfogherà presto al di fuori del ring utilizzando una violenta backbreaker sulla rampa. Dopo una fase di dominio, come in occasione della sua vittoria del titolo contro Bull Nakano, Aja prova a battere una rivale che fa delle mosse aeree il suo punto di forza con la stessa tattica, finendo però per subire l'inventiva della Toyota, che aveva avuto il merito di inventare letteralmente alcune delle tecniche del suo arsenale. Il tentativo di Elbow drop dalla corda più alta finisce per essere intercettato prima dell'esecuzione e una serie di calci la fanno cadere fuori dal ring. É il momento in cui Manami era sul punto di rovesciare le sorti dell'incontro, quello in cui i suoi letali Missile dropkick partivano a velocità impensabili, se considerata la sua inerzia durante il dominio precedente. Tra lei e la vittoria mancava giusto il suo brevettato Japanese Ocean Suplex, ma la mole della Kong era troppo ampia per permetterle di applicarlo con facilità, di conseguenza le era toccato ripiegare sulle sue altre mosse dal paletto: una scelta fatale quando un tentativo di Sunset Flip viene contrastato da Aja lasciandosi cadere sopra di lei, dimostrando di aver trovato la chiave per disinnescarla. Ma questo non era ancora sufficiente, dato che la Toyota era riuscita a sopravvivere alla sua powerbomb ed alle altre sue powermoves, costringendola quindi ad inventarsi a sua volta una nuova mossa finale per abbaterla, in questo caso la Falcon Arrow. Malgrado la sconfitta, il pubblico nelle fasi finali era tutto per Manami e non sarebbe passato molto tempo prima di una nuova e meritata rinvincita.

In semifinale avrebbe trovato un'altra sua grande rivale, Dynamite Kansai, la quale aveva eliminato Kyoko Inoue nel primo turno dominando a sua volta, ma venendo costretta anche lei dalla resistenza nemica a sfoderare l'arma della disperazione, addirittura una Splash Mountain dalla terza corda. Pur essenso l'ace della nuova JWP, l'ex Miss A era sempre rimasta scottata dagli incroci con la sua controparte AJW, ed in particolare aveva trovato nel suo Uraken una mossa talmente letale nella sua semplicità da riuscire a stenderla con un singolo colpo. Per la rappresentante della seconda promotion a livello nazionale non era quindi una sola questione di onore personale.

Aja Kong vs Dynamite Kansai - Semifinale

Dopo un inizio contratto - dovuto alla fatica accumulata durante il primo turno - i ritmi si innalzano nel momento in cui Aja stende la Kansai con un violentissimo Backdrop, facendola cadere di testa al tappeto, ma senza tenerla a terra per i fatidici 3 secondi. Il colpo risveglia la Dynamite e la sua reazione consiste in una serie di calci violentissimi dritti alla testa della sua bestia nera, una furia in grado persino di mandarla a terra, quasi incapace di rialzarsi entro il conteggio di 10. Entrambe si erano dunque trovate ad un passo dalla sconfitta ed é allora che entra in gioco l'Uraken, l'arma che avrebbe dovuto chiudere i conti definitivamente. Il primo colpo va vicinissimo al compimento, stordisce la Kansai, quasi incapacitandola a rialzarsi dopo il prolungato conteggio arbitrale. La mossa ha comunque effetto, garantendo alla Kong la possibilità di usare tutto il suo arsenale, che non chiude la pratica solo per le risposte meccaniche d'istinto della malcapitata. Allora Aja riprova l'Uraken, ma accade l'impensabile: la Kansai non va a terra, nemmeno dopo la ripetizione immediata; ha esorcizzato la paura del colpo, pronta a tutto pur di vincere. E ci va vicinissima, applicando anche una difficilissima Splash Mountain, ma finendo per fare lo stesso errore di Manami Toyota, ossia tentare di superarla con la stessa mossa dalla terza corda. Anche stavolta Aja contrattacca con la sua suisha otoshi e per l'ennesima volta riprova l'Uraken, stavolta con la massima forza possibile e a più ripetizioni per non correre rischi. Le gerarchie rimangono infine immutate, ma mai come allora in 2 anni la 3W champ era apparsa così in difficoltà.

In finale avrebbe trovato l'unica in grado di batterla in popolarità, probabilmente la wrestler più popolare al mondo in quel momento.

A parti invertite

Akira Hokuto nel 1994 aveva completato del tutto la sua trasformazione da cachorras ribelle ad eroina tipica del wrestling giapponese, complice anche la sua reputazione di donna indistruttibile accumulata grazie alle battaglie senza quartiere inscenate negli anni e ai tanti infortuni patiti ed affrontati direttamente sul ring. Proprio le condizioni fisiche avevano ufficialmente impedito a questa overness di sfociare nel riconoscimento più ambito (la Red belt), anche se all'epoca le voci su di lei impazzavano: c'era chi parlava di un interessamento della WCW (in parte concretizzate), chi di un matrimonio in vista che avrebbe terminato la carriera - anche questo  in parte vero, seppure si concretizzerà più avanti e diversamente, portandola a trasferirsi in Messico e portando avanti una relazione nebulosa e terminata in maniera poco chiara - e chi invece di semplice volontà di ritirarsi.

L'impossibilità di inscenare un grande match con Aja Kong era stato il motivo per il quale Akira aveva di fatto bruciato una lunga rivalità svolta nel corso del 1993, l'anno in cui si era aggiudicata tutti i tornei possibili e le cinture secondarie. Eppure, anche senza la possibilità di andare oltre a questi traguardi, la Blast Queen era ancora la preferita del pubblico e non é un caso che le più ovazioni della serata fossero state riservate a lei: il pubblico adorava sentire i suoi discorsi al vetriolo, passava tranquillamente sopra alla sua arroganza perché nessuno come lei sapeva coinvolgerlo emotivamente drammatizzando le proprie condizioni fisiche. Il suo ginocchio nel corso del tempo aveva assunto le fattezze di un bersaglio mobile, non c'era avversaria che non lo puntasse ed ogni volta la Hokuto vendeva i colpi come se avesse perso il completo utilizzo della gamba.

Una formula così rodata da non poter apparire nell'evento più importante a cui avesse mai preso parte.

Akira Hokuto vs Eagle Sawai - Quarti di finale

Il primo turno l'aveva messa di fronte alla bestia delle LLPW: non un caso visti i tanti insulti rivolti da Akira alla compagnia dell'odiata Shinobu Kandori, causa di una lunghissima guerra che aveva prodotto due incontri di assoluti livello tra le 2, ma anche diversi screzi con le sottoposte dell'ex medaglia di bronzo di judo. La Sawai in questo contesto rappresentava il primo ostacolo ideale, l'oggetto inamovibile da superare con fatica e sudore e naturalmente su una gamba sola dopo essere stati buttati fuori dal ring cadendo dall'apron. Un canovaccio classico, superato con un altrettanto classico comeback fatto di sola adrenalina e chiuso velocemente con una sola Northern Light Bomb, non così diverso nella sostanza da quello che avrebbero fatto un Hulk Hogan o un John Cena al suo posto.

La stessa sorte sarebbe toccata a Combat Toyoda nel secondo turno, anche lei grande e grossa al punto giusto, ma soprattutto più avvezza alla violenza estrema, aspetto tenuto in serbo appositamente per la favorita. Dopo averla tenuta a bada con le stesse mosse usate nel primo turno, la Toyoda aveva deciso di finire la Hokuto usando un tavolo, prima scagliandoglielo pericolosamente in testa e poi adagiandola sopra per spiaccicarla. Ancora una volta però, una mossa aerea costa la vittoria: il suo tentativo di diving guillotine drop finisce per mancare (dolorosamente) il bersaglio, spegnendone di fatto qualsiasi velleità. Una doppietta ottenuta in maniera speculare, compresi i minutaggi degli scontri, ridotti al mimino in maniera netta  rispetto alle altre contese, troppo per non sospettare che sia stata una scelta per tutelarne l'integrità fisica.

Sta di fatto che la finale che tutti volevano vedere era quella che le stesse protagoniste (o almeno una delle 2) non avevano voluto mettere in scena due anni prima, ma era uno scontro inevitabile, specie una volta raggiunto un palcoscenico così importante: chissà quando avrebbero avuto nuovamente occasione di entrare in scena attraverso un ascensore alto una decina di metri, o con un vestito a strascico in grado di ricoprire una parte di quella lunghissima rampa, di fronte a quell'enorme massa di spettatori. Né Maki Ueda e Jackie Sato erano riuscite a radunare così tante persone e nemmeno le Gals che pure avevano portato folle di ragazzine a prendere d'assedio i dojo per emularle. Il momento richiedeva il meglio a disposizione e le migliori in quel momento erano Aja Kong e Akira Hokuto.

Akira Hokuto vs Aja Kong - finale

La finale si rivela un rovesciamento di ruoli inaspettato: Aja, fino a quel momento mostro indistruttibile, si ritrova a subire per la maggior parte del tempo, prima colta (nuovamente) di sopresa ad inzio match e poi trovandosi a sperimentare una situazione inedita, un infortunio alla gamba dovuto ad una caduta fuori dal ring; il dolore inizialmente le impedisce di alzarsi e reggersi in piedi da sola, ci volgiono un paio di minuti ed una vistosa fasciatura per rimetterla sul ring, ironia della sorte una scena vista spesso durante gli incontri dell'altra finalista. Akira non perde un secondo e procedere a colpire con violenza il nuovo ed inaspettato punto debole, lo stesso che anche Aja a sua volta aveva colpito con la stessa veemenza durante il loro ultimo precedente. Alla Kong non resta che affidarsi ai colpi della disperazione, incluso il furto (ripetuto) della Northern Light Bomb, senza però riuscire ad avvicinarsi ad un conteggio credibile e alla fine cade anche lei in errore: tenta la suisha otoshi, la mossa vincente che le aveva permesso di ribaltare la situazione più volte nel corso del torneo, ma stavolta l'esito non si rivela altrettanto fruttuoso, anzi finendo per peggiorare l'infortunio patito. Nemmeno l'Uraken, la sua ultima risorsa, riesce ad eludere le difese della Hokuto, più fresca e determinata nel riuscire ad andare a segno con due Northern Light Bomb sufficienti a stenderla definitvamente.

Il mostro é in lacrime: consapevole di non aver lottato al meglio delle sue forze a causa del dolore alla gamba, si umilia di fronte alla vincitrice e le offre la WWWA belt, dicendo di non esserne degna; anni di dominio e di grandi prestazioni non sono sufficienti a placare il suo orgoglio ferito e la delusione di aver perso contro l'unica sua pari. Ma la Hokuto a sua volta rifiuta essendo altrettanto consapevole del valore della vera campionessa ed altrettanto fedele alla sua volontà di tenere quella cintura solo al meglio delle sue forze, la stessa per la quale aveva rinunciato alla stessa 2 anni prima.

La cintura, come i premi assegnati dalla AJW e da Tokyo sports ed il premio alla vincitrice (consistente in un assegno da 15.000.000 Yen) sono secondari, sono solo parte del panorama di una vetta conquistata con fatica, ma il cui segno rimane ancora oggi impresso e visibile.